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Dalla frustrazione di aspettare gli altri, all’incubo Whatsapp, ma alla fine ne vale la pena. Un primo bilancio da smart worker esaurito (e felice)

Smart working (da dipendenti): la frustrazione di aspettare

Maggio 2012. Il mio capo di allora – scrivevo per una rivista di business della quale solo pochi mesi prima avevamo lanciato la versione digitale –  chiama tutti i collaboratori nel suo ufficio. Iniziano i licenziamenti. Prima uno, poi un altro dei ragazzi che mi avevano accompagnato in quella bella avventura, vengono fatti fuori. 

Arriva il mio turno. La sorte che mi tocca è migliore rispetto ai miei colleghi. Divento ufficialmente uno smart worker. Il mega ufficio vista mare che ci ospitava tutti, viene chiuso e io mi trovo catapultato a casa nella mia stanza a usare quotidianemente strumenti che conoscevo solo marginalmente per chattare con persone che erano dall’altra parte del Paese e che non avevo mai visto di persona.

Il trauma c’è stato, ma devo dire che ho avuto fortuna. In quella stanza chattando su Skype (non esisteva Whatsapp, non come lo usiamo oggi) contribuivo a costruire la versione digitale del giornale e a gestire le pagine social.

Pro dell’esperienza:

  • pause pranzo senza mangiare fuori e ingrassare. So che è poco, ma mi è venuto in mente solo questo.

Contro dell’esperienza: 

  • la mancanza del clima di redazione. Solo chi lavora in una redazione può capire quanto ti diverti. Quell’anno dei licenziamenti, un coreano un poco strambo lanciava Gangam Style. Quante risate a ballarlo tutti insieme. Certo, lavoravamo pure.
  • La frustrazione nell’attesa di un feedback per concludere una task, il pigiama fino alle 18 di sera.
  • Non avere mai orari. Quando finivo il lavoro di quel giorno, anticipavo qualcosa per il giorno dopo (vabbè qui c’è da dire che è pure colpa mia che sono ansioso, senza scomodare i massimi sistemi).

Smart working da “capo di me stesso”: un bel paradosso

Giugno 2017.  Dopo circa cinque anni come smart worker decido di cambiare vita. Mi mancava il contatto umano, scambiare opinioni con le persone, semplicemente prendere un caffè nella pausa pranzo. Ma anche quelle cose tipo fare una battuta, stemperare il clima, sentire qualcuno che ride o anche solo che respira. Creo una mia azienda allora… da remoto. 

Con i miei colleghi e soci attuali ci incontriamo una o due volte al mese in un appartamento che avevo preso in prestito da mia cugina. Abbiamo provato a vederci più spesso. Ricordo che uno dei motivi di discussione tra noi era proprio la frequenza con cui ci vedevamo. Una mia frase tipica era, “Non si può costruire un’azienda a distanza”. E mi sbagliavo, come se mi sbagliavo. Eravamo ormai tutti smart worker nell’anima (e lo ero anche io se non lo ammettevo). 

ll paradosso: avevo creato una mia azienda per non essere più smart worker. Mi ritrovavo ancora smart worker, ma con un’azienda sulle spalle e mille responsabilità in più. Bel colpo!

Pro dell’esperienza:

  • quando qualcosa ti appartiene, è tua, quando non hai capi, lo smart working è reale. Anche se un giorno non hai tanta voglia, hai sempre la notte come migliore amica.
  • Puoi uscire quando vuoi, staccare quando ti pare, ritornare a lavorare. Tuttavia, puoi farlo solo se sei organizzato. Parlo di quelle cose tipo to-do list, spunta attività ecc. Funzionano, sì che funzionano.

Contro dell’esperienza:

  • Whatsapp è il problema. Ti contattano a qualsiasi ora (tutti). Anche di sabato e domenica. La tua vita è tutta un lavoro.
  • La spina del pc e del tuo cervello sono sempre attive. La parola “smart” vicino a “working” non si sposa perfettamente.

8 anni da smart worker: un primo bilancio

Conviene lo smart working? Sinceramente: non lo so. Provo ad argomentare a istinto, senza ragionare troppo. Lavoro agile significa lavorare il doppio. C’è poco di intelligente in realtà. Se sei ben organizzato soffri di meno e fai una vita migliore. Per essere “smart” dovresti lasciare il telefono a casa quando stacchi (chi di voi lo fa veramente?).

Tuttavia, non per buttarla nella banalità, ma è così che funziona prima e dopo lo smart working: se ami il tuo lavoro ti pesa meno. Ridi di più, ti diverti, ti incazzi, ma poi ti passa quando vedi il risultato. 

Quindi per riassumere tutto provo a farmi qualche domande e a darmi pure le risposte (sì, forse questa è l’inizio della follia… dicono).

Ti dà più libertà lo smart working? Dipende da due fattori. Il primo: se sei “il capo di te stesso”. Il secondo: se sei davvero organizzato.

La tua vita diventa più felice? Sì, se non fai come me. Se non vivi tutto con ansia e quando stacchi lasci il telefono a casa. E se non puoi fare a meno del tuo lavoro. 

Se penso che prima dello smart working per lavorare prendevo tre mezzi e viaggiavo in media quattro ore al giorno, ti dico proprio di sì: si vive meglio. 

Ma non è il lavoro a essere intelligente, ricorda: devi esserlo te.

Giancarlo Donadio


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