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Alzi la mano chi è stato così bravo da aver bilanciato con efficacia produttiva lavoro, affetti, sport e fancazzismo? E pure il sesso, dai. 

Lo diciamo? Dai, alla fine se proprio dovessimo trovare una parola per dare una scena a quest’anno quella è smart working. Anzi le parole sono due. C’è chi ci mette il trattino in mezzo, chi lascia uno spazio e chi invece lo scrive come una parola sola. Invece sono due. E non è un cavillo da esteti della grammatica o forzati della sintassi. Smart vuol dire intelligente, working sta per lavoro, su quello c’è poco da discutere. Smart dunque: sostenibile per l’ambiente, meno smog in strada e un po’ di ossigeno in più per i polmoni. Smart perché si risparmia di benzina, smart perché risparmio tempo. Già, il tempo. Qui però si accende un campanello.

Alzi la mano chi è stato così bravo da aver bilanciato con efficacia produttiva lavoro, affetti, sport e fancazzismo? E pure il sesso, dai. 

Work life balance, questo sconosciuto

Umh. Quelli bravi con le parole lo chiamano work life balance (Leonardo, prendi nota!). Ma qui non dobbiamo essere bravi solo con le parole. Succede infatti che lo smart working è un po’ l’anno zero di una nuova normalità, dove non ci sono regole, si lavora h24 e si vive costantemente accesi. Pare che i datori di lavoro, come dire, più ottocenteschi, abbiano scambiato lo smart working per un romanzo di Dickens. E non hanno capito che il lavoro è composto da attività e pausa, pausa e attività. Senza, avremmo un unico assordante rumore di fondo. Praticamente la nostra alienazione. In ogni caso, è venuto il momento di dare un po’ un perimetro al lavoro smart (che è una roba un po’ diversa dal lavoro da remoto e anche dal telelavoro, che mio nonno conosceva pure). Dunque diamo i numeri.

Sarà difficile tornare indietro

Secondo l’analisi di Future of Work 2020, Il 60% delle imprese indica nello smart working l’iniziativa più urgente su cui investire per quanto riguarda la gestione delle risorse umane. Per il 35% il lavoro delocalizzato sarà comunque prevalente rispetto al lavoro in sede, mentre il 39% delle aziende prevede invece due giorni su cinque di smart working. In ogni caso, solo il 6% delle imprese ha dichiarato di voler tornare alle condizioni preesistenti.

Troppo smart working fa male

Secondo quanto monitorato dall’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano il 35% di tutti i lavoratori italiani potrebbe usufruire dello smart working, rispetto all’effettivo 26% di “lavoratori agili” durante il lockdown (dati Bva-Doxa). Ma occorre un nuovo modello di lavoro che, appunto, ottimizzi il work-life balance. Risulta infatti che l’efficienza dei lavoratori migliora con livelli contenuti di smart working, ma diminuisce con uno “smart working eccessivo”.

E in Italia?

Un’indagine di Kaspersky sostiene che il 49% degli italiani si è abituato al lavoro agile e vorrebbe farlo anche in futuro. Il 32% ha dichiarato di svegliarsi 5 minuti prima dell’inizio della giornata lavorativa e di aver apprezzato il “riposino” pomeridiano. Molto gradita anche la possibilità di lavorare all’aperto (27%) e di fare binge watching (quante parole, Leonardo!) su Netflix (19%). Tra gli altri vantaggi graditi dai dipendenti ci sono l’aumento del tempo libero per i videogiochi (11%) e i pranzi da asporto (10%).

E se andassimo tutti alle Hawaii?

Forse sarà utile segnalare, alla fine di questo articolo, una possibilità. Quella di usufruire di voli gratis per tutti quei lavoratori in smart working che vogliono trasferirsi a vivere per 3 mesi alle Hawaii. L’iniziativa, un programma di residenza temporaneo, si chiama Movers and Shakas e a lanciarla è stato proprio il cinquantesimo Paese degli Stati Uniti, alle prese con le pesanti ricadute economiche conseguenti alla crisi pandemica e all’assenza di uristi. I requisiti? Avere 18 anni e un lavoro da svolgere a distanza.

Alessio Nisi


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